Laboratorio di Critica Cinematografica

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Preso dal trasloco, non ho trovato il tempo per scrivere una recensione sulla colonna sonora, quindi condivido la prima che ho scritto
Recensione “The Game” di David Fincher

The Game è indubbiamente un film dove la regia fa da padrona, non si può dire lo stesso per la trama assurda e che fa fatica a sbrogliare la matassa ingarbugliata.

David Fincher ci ha abituati a delle trame al limite dell’assurdo, dove il protagonista è immerso in una salsa thriller dal sapore ansiogeno.

Nicholas, ricco e annoiato affarista, vive solitario nella sua enorme villa di San Francisco avendo come unico obbiettivo i suoi affari, e nella mente il fardello del suicidio di suo padre.

Nel giorno del suo 48esimo compleanno, viene invitato da suo fratello da suo fratello Conrad, a partecipare a un gioco del quale non si hanno notizie, se non dopo le prime stranezze e manomissioni che gli accadranno subito dopo aver partecipato alla selezione. Accompagnato da Christine per gran parte dell’arco narrativo, dovrà capire e arrivare a scoprire come l’organizzazione di questo gioco, sia riuscita a sottrargli tutto il suo patrimonio, e stia tentando di ucciderlo.

La trama tiene incollati allo schermo, ma l’assurdità degli avvenimenti fa pensare o che gli organizzatori del gioco abbiamo previsto anche l’impensabile, o che non vi sia stata molta capacità di analizzare le varie mosse che il protagonista poteva eseguire in fase di sceneggiatura del film stesso.

Il finale è mozzafiato, tra il susseguirsi di indizi che lo condurranno alla verità, e ciò che lo porterà ad emulare il gesto del padre. Anche se la leggerezza con la quale Nicholas si lascia trascinare lascia interdetti. Le atmosfere urbane e scure sono giocate alla grande come solo David Fincher può fare, alcune scene non lasciano scampo, a tratti claustrofobiche, il tutto orchestrato da una colonna sonora inquietante.

Il “gioco” architettato proietta il protagonista al centro di un meccanismo simile a quello del “Truman Show”, e mette a nudo gli automatismi che lo bloccano nelle sue aride ricchezze, lo slega dal passato facendolo entrare in una dimensione terrena rispetto a quella che ricopriva come ricco affarista.

Una volta svelato l’incubo, sembra quasi guarirne, a patto che il gioco sia mai finito.

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Condivido qui la mia recensione di “The terminal” di Steven Spielberg :slightly_smiling_face:

Victor Navorski è un viaggiatore appena arrivato a New York dalla fittizzia nazione di Krakozhia. Appena atterrato all aeroporto JFK però, incappa in problemi burocratici dovuti a un colpo di stato nel suo paese mentre era in volo che lo fa diventare un apolide e lo costringe a rimanere bloccato nel Terminal fin quando non verrano risolti i suddetti problemi. L’attesa ,però, è molto lunga. Le prime sequenze del film catapultano lo spettatore nel caos dell areoporto tra gente che parte e che arriva, controlli della polizia e turisti sospetti. In mezzo a questa confusione, fa la comparsa un Tom Hanks spaesato che parla poco e capisce ancora meno l’inglese e uno Stanley Tucci responsabile della sicurezza che lo aggiorna sulla sua condizione e che cerca di liberarsi del problema in tutti i modi ,non riuscendoci. Tra gag e incomprensioni, accompagnati da un motivetto musicale che amplifica la situazione surreale ma esilarante, i due si daranno “battaglia” fino alla fine. Victor ,nelle prime batutte della pellicola , sembra un uomo ingenuo e non molto sveglio,vestito in maniera quasi trasandata e in balia di questa assurda situazione ma,successivamente, si dimostra in realtà scaltro e determinato come dimostra nel cambio di look sempre più elegante e “pulito” nel corso della storia. Si adatta alla situazione , si costruisci una piccola casa,trova persino un lavoro, e fa la conoscenza di diversi personaggi che diventano ben presto suoi amici e alleati.Soprattutto , incontra l’amore in una giovane e bella hostess interpretata da Catherine Zeta-Jones .Da questo punto in poi, il film diventa una specie di favola : Un eroe in difficoltà che supera le avversità grazie ai suoi fidi scudieri,sconfiggendo il tiranno e conquistando il cuore della fanciulla dopo una cena elegante e dall’ atmosfera magica .No,non va proprio così,o almeno non tutto. La battaglia per la libertà e contro un sistema burocratico Americano troppo farragginoso e poco incline a compromessi , oltre che al buon senso e all’ umana comprensione , impersonificato perfettamente da un insopportabile Stanley Tucci,Victor la vince. Il senso di solitudine e sbandamento che traspare dai primi minuti , con panoramiche e campi larghi sul Terminal pieno di gente ma che ignora il povero Victor, lascia spazio nel corso della pellicola ad ambienti più chiusi e confortevoli in cui passa il tempo con i suoi amici e alleati. E proprio questi amici e alleti lo porteranno in trionfo nel finale, verso la libertà e verso la realizzazzione di un sogno paterno all’ interno di un barattolo che porta sempre gelosamente con sé. Un finale musicale e da lieto fine ( o quasi) come in una favola e che riaccompagna il protagonista alla sua Krakozhia , con un inquadratura finale prima su Time Square e che poi si libra in aria, suggerendo un prossimo volo di ritorno a casa. Passando, ovviamente, per il Terminal.

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Ai gais!
Cosa é stato deciso poi per il film da guardare?

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Ciao a tutti!
Scrivo anche qui.
Il film scelto per la prossima settimana è
SOUND OF METAL
Il film è disponibile su Prime Video
Un bacio grande

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Rec Sound of Metal :grinning:

Sound of Metal di Darius marder

Ruben e Lou sono un duo di musicisti Metal fidanzati tra loro. Un giorno, durante un concerto, Ruben , il batterista del duo, inizia a perdere l’udito. Sarà l’inizio di una malattia degenerativa che lo porterà alla completa sordità. L’ inquadratura iniziale, fissa su Ruben durante il concerto, in mezzo a chitarre elettroniche e assoli di batteria del protagonista, va lentamente a restringersi da un piano Americano a un primo piano che cattura il momento della parziale perdita dell udito. La reazione di Ruben è inizialmente di rifiuto ,di rabbia e frustrazione. Tenta di nascondere inizialmente la sua situazione a Lou continuando con i concerti e peggiorando quindi la malattia, finché lei lo scopre e lo convince,non senza affanni, ad entrare in una comunità di Sordi ex tossicodipendenti per paura che questa condizione possa riportarlo nel tunnel della droga da cui è uscito da pochi anni. Lei , intanto, tornerà dalla sua famiglia in Francia e lo aspetterà lì. Qui inizia un percorso di Ruben verso l’ accettazione della sua condizione attraverso una routine che fatica ad accettare inizialmente. Le scene si ripetono,giorno dopo giorno, imparando l’alfabeto sordomuto e quindi a comunicare con la altre persone della comunità. Il film punta su questa ripetitività iniziale per far empatizzare lo spettatore sempre più con il protagonista lavorando sul suono che fa entrare lo spettatore nella testa e nelle orecchie di Ruben, prima con un effetto di Acufene e via via verso il silenzio, con un Riz Ahmed sempre più intenso e bravissimo nel comunicare il suo stato d’animo. Nel suo percorso nella comunità, fa la conoscenza del “capo” di questo gruppo, un Paul Raci altrettanto bravo , un uomo che convive con la sordità e ha accettato questa sua condizione trovando una sua pace interna e che cercherà di indirizzare verso questo percorso Ruben. I loro dialoghi rappresentano due punti di vista completamente opposti sulla loro condizione che si concluderanno con una separazione e porteranno Ruben verso la scelta ,ottenuti i soldi necessari, di un operazione per tornare a sentire. Il percorso del protagonista , conclusa l’operazione, lo porta a riabbracciare la sua Lou in Francia e a riaffrontare vecchi dissapori con il padre di quest’ ultima. Ruben affronta un percorso psicologico ed emotivo, fatto di scelte e conseguenze , che alla fine metterà in dubbio persino la sua relazione sentimentale con la stessa Lou e, nel finale , lo porterà a ciò a cui era destinato fin dall’ inizio e a quello che è il tema principale di questa pellicola: L’accettazione.

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Ecco la mia recensione di THE SOUND OF METAL :blush:

I rumori distorti degli strumenti e un batterista in attesa di suonare, circondato da un’oscurità che sembra pronta ad inglobarlo, a contrasto con la luce del faretto che lo illumina e il tatuaggio che spicca sul petto “Please kill me”. Si apre così The Sound of Metal, prima prova alla regia di Darius Marder con cui entriamo nei panni di Ruben (Riz Ahmed), batterista di un gruppo metal che perde l’udito.

Per raccontare il percorso di Ruben dal mondo dei concerti assordanti alla comunità di sordi dove proverà ad accettare la nuova condizione, il film gioca costantemente col sonoro in un’alternanza di musiche, rumori e lunghi silenzi, a partire dallo stacco di silenzio improvviso tra il concerto iniziale e la scena della routine mattutina di Ruben. La stessa routine verrà ripetuta più avanti, quando Ruben inizia a perdere l’udito, e questa volta anche i rumori delle azioni quotidiane saranno attutiti, quasi del tutto silenziati: inizia la discesa nel silenzio e nell’alienazione dalla sua quotidianità. E’ sempre un’alternanza tra parole e suoni ovattati a rendere straniante la sequenza con la presa di coscienza del problema: Ruben non riesce a udire le parole del dottore, ma soprattutto non riesce ad ascoltarle (e accettarle) davvero. Così con un’ellissi passiamo dalla sua espressione sgomenta all’improvvisa musica alta mentre suona sul palco, che ci lascia disorientati dopo tanto silenzio e suoni attutiti.

Di pari passo con la perdita dell’udito e la necessità che le persone scrivano quello che vogliono dirgli, sono le inquadrature ad alcuni dei tatuaggi di Ruben che parlano per lui: dal “NO” sul dorso della mano appena finita la telefonata con il suo sponsor, al primo incontro con Joe (Paul Raci) sottolineato dal tatuaggio “lone”, fino all’inquadratura del tatuaggio “suck” subito dopo aver rotto con la fidanzata.

Il primo impatto con la comunità di sordi è sopraffacente per Ruben. Quando prende possesso del suo letto, mentre consegna il suo unico contatto col mondo esterno (le chiavi e il cellulare), viene inquadrato più volte dall’alto, alle spalle una porta che per un gioco di prospettiva, e di inquadratura, sembra sproporzionatamente piccola: a confronto il letto sembra esageratamente grande, e Ruben finisce per risultare davvero piccolo e perso. Scivoliamo sempre di più nel suo intimo con l’alternanza tra le inquadrature soggettive della prima cena in comunità, immerse in un silenzio ovattato, e le riprese frontali della tavola con i rumori forti di una cena vivace e partecipata: in questo momento lui è tagliato fuori dal mondo, da entrambi i mondi, sia quello “normale” di prima sia quello dei sordi, di cui ora dovrebbe fare parte.

The Sound of Metal è la storia di una dipendenza, la dipendenza di Ruben da quella che era la sua normalità, da tutto ciò che costituiva il suo mondo del “prima”. Ruben fatica a fermarsi ed accettare il cambiamento, lotta con quello che è successo, riesce a pensare solo a come tornare “normale”: una riflessione sull’incapacità di fermarsi e accogliere un cambiamento inaspettato e improvviso che, nonostante il soggetto del film sia stato scritto anni fa, dopo un anno di rottura della normalità risuona in profondità. Riz Ahmed rende bene il percorso travagliato del personaggio e la sua costante irrequietezza, anche quando è fermo si muove con un gesto o un’espressione, o parla con uno sguardo. Al suo fianco Paul Raci recita con sguardi e sospiri che racchiudono interi discorsi.

Il percorso di Ruben è racchiuso nel contrasto tra la scena d’apertura e la sequenza finale: da un lato i suoni distorti della musica metal e il buio che incombe, dall’altra il gracchiare metallico dell’apparecchio seguito dal silenzio totale, mentre in un finale di speranza Ruben guarda la luce del sole ed accetta questo moment of stillness, the kingdom of God…”quel posto che non ti abbandonerà mai”.

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Ciao a tutti! Condivido anche io con voi la mia recensione di “Sound of metal”

I DUE MONDI DI RUBEN

Come è possibile che un film senza un commento musicale sia candidato ai premi Oscar proprio per il miglior “sonoro”? Questa potrebbe sembrare una domanda lecita, ma in realtà non lo è: il commento musicale nel film c’è ed è spesso ingombrante, stridente, fatto di rumori, di suoni e di tanti significativi silenzi.

Il commento musicale del film è fatto di continue contrapposizioni, in cui il regista ci mostra i due mondi di Ruben, un giovane batterista, con un passato di tossicodipendenza, uno spirito libero innamorato della sua Lou, compagna di vita e di lavoro.

La vita della coppia viene sconvolta dalla sordità acquisita di Ruben: da quel momento emerge forte l’alternanza tra un mondo “prima” e un mondo “dopo” la sordità, tra quello che Ruben era e quello che cerca dolorosamente di tornare ad essere, purtroppo invano.

Ma non c’è solo questo: i due mondi tra il prima e il dopo sono accompagnati dal continuo contrasto tra il mondo degli udenti e quello dei non udenti, tra ciò che Ruben sentirebbe se avesse ancora l’udito (e che tutti gli altri attorno a lui sentono) e ciò che realmente sente, cioè quasi nulla. E questa dualità che fa da sfondo a tutto il film arriva prepotente allo spettatore ed è molto comunicativa e suggestiva quando si sostanzia nelle diverse inquadrature: spesso i primi piani ci fanno shiftare velocemente da una realtà “normale” ad una realtà ovattata o addirittura silente, facendoci catapultare nella prospettiva di Ruben, nel suo disagio derivante dalla sordità, nella sua rabbia, nella sua mancata accettazione di ciò che gli sta accadendo.

La scena della consapevolezza della perdita irreversibile dell’udito, mentre Ruben è dal medico, è di forte impatto: il medico legge delle parole che lui distorce o che non sente per nulla. L’ocularizzazione semisoggettiva ci fa sentire come Ruben vorrebbe sentire, come tutti gli udenti sentono. In un’alternanza dolorosa tra ciò che il medico dice e ciò che Ruben sente, allo spettatore verrebbe voglia di alzare il volume, ma invece quella è la sua tragica realtà del momento.

Così il protagonista inizia un percorso in un mondo nuovo, la comunità di sordi in cui il canale visuo-gestuale e la lettura del labiale sono gli unici modi per comunicare: dopo aver attraversato una prima fase di disorientamento, Ruben impara la L.I.S. americana e sembra adattarsi al nuovo contesto.

Ma anche all’interno del mondo dei sordi c’è una forte contrapposizione, oggetto di dibattito molto attuale: la L.I.S.(la lingua dei segni) accusata spesso di essere “segregante” per i sordi, versus la scelta di avere un impianto cocleare, una dualità tanto forte da giustificare l’uscita dalla comunità sorda quando Ruben comunica a Joe, il responsabile che lo ha accolto e guidato fino a quel momento, di aver affrontato l’intervento.

Quella che un impianto cocleare possa restituirgli i suoni e i rumori di sempre si rivela un’illusione, che Ruben insegue a fatica per tutto il film e che non può che lasciare spazio ad uno smarrimento, ad una difficoltà di adattarsi a quei suoni, che ora finalmente sente, ma che sono striduli e a volte fastidiosamente metallici.

Alla fine anche i due mondi di Ruben e della sua fidanzata Lou si separeranno inevitabilmente, troppo distanti sia emotivamente che geograficamente, fino a quando Ruben torna volutamente nel suo “silenzio” di diversi minuti, che concludono un film che lascia il segno, un segno-nome, quello di un sognatore dagli occhi “come un gufo”.

Insomma un bel viaggio nel suo mondo di suoni, che partono distorti, diventano flebili, si trasformano in stridenti per poi tornare ad essere, forse definitivamente, silenti.

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Sound of Metal :drum::guitar:

1 / 1

Hai ragione Ruben, il mondo si muove e può diventare un dannato posto crudele, ma per me quei momenti di quiete, quel posto, quella è l’oasi di pace e quel posto non ti abbandonerà mai.

Ed è proprio questo Sound of Metal, la ricerca di quella pace interiore, un percorso di accettazione del sé e del mondo che vede per protagonista Ruben, giovane batterista di un duo metal che si ritrova ad essere affetto da una grave forma di ipoacusia.

A dispetto del nome Sound of Metal non è una storia sulla musica, ma sul silenzio. Il Metal, con le sue note graffianti, roche, distorte, si fa qui mezzo di espressione di un disagio interiore del protagonista e di Lou, sua compagna e unico altro membro della band. Un disagio che ci appare sin dalle prime sequenze sotto forma di cicatrici sui polsi nudi di lei, testimoni di un caos interiore che squarcia da fuori la pelle. Un caos messo spesso a tacere grazie alle droghe, mezzo per sopravvivere a un mondo sordo ai bisogni dei suoi abitanti. “Di cosa mi facevo? Di tutto” dice Ruben. Lo stesso genere Metal è stato associato, alle sue origini, all’uso di sostanze di stupefacenti. La sua prima apparizione in un testo letterario è infatti in un romanzo di W. Burroughs, Nova Express, che cita “With their diseases and orgasm drugs and their sexless parasite life forms – Heavy Metal People of Uranus …”.

Il genere musicale scelto da Darius Marder come sfondo per il suo film, si fa in questo senso sintesi della realtà interna, angusta e soffocante, dei suoi personaggi. Una prigione interiore da cui fuggire, perennemente, che sia con l’erba e l’eroina o con la forza di un paio di bacchette che picchia instancabile sul rullante di una batteria.

La perdita dell’udito da parte di Ruben diventa così il punto di rottura di un circolo vizioso e letale e la strada che percorriamo insieme ai protagonisti a bordo del camper verso la comunità di sordomuti fondata da Joe, l’inizio di un viaggio dagli abissi dell’anima verso la superficie.

Un viaggio che grazie all’uso di una handycam sapientemente utilizzata e una smorzatura dei suoni inesorabilmente applicata, diventa anche nostro, nostra l’incapacità di comprendere un alfabeto fino a quel momento sconosciuto, nostra l’incapacità di esternare i bisogni quando non c’è nessuno che possa udire le nostre urla.

Come Ruben, però, finiamo per adattarci. Ci alleggeriamo l’anima e rimaniamo a galla. E quando un impianto cocleare, che pensavamo essere l’isola cui mirare, si rivela essere piuttosto l’ancora che ci riporta sul fondo col suo sferragliamento, capiamo che la vera meta era già stata raggiunta. Nel silenzio assoluto la quiete che cercavamo.

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Heaven is a Place on Earth

Nomadland - storia di una catarsi on the road

Immaginate di perdere tutto: famiglia, casa, lavoro, città in cui vivete. Tutto cancellato a causa di una delle più grandi crisi economiche del ventunesimo secolo.
Immaginale lo smarrimento, il lutto, il dolore. Impacchettate quei pochi oggetti che vi rimangono che raccontano del vostro passato e provate a custodirli nell’unico posto che ancora potete chiamare “vostro”, un vecchio van arrugginito, e andate via. Partite. Scappate. Alla ricerca di un non-luogo che possa contenere tutto quello che siete stati, che siete e vorrete essere.

Questo è l’incipit di Nomadland, film del 2020 scritto, diretto, co-prodotto e montato da Chloé Zhao con la partecipazione di Frances McDormand, la cui interpretazione così vivida e naturale della protagonista di questa storia, Fern, rende il film e la storia narrata un vero e proprio trionfo.

“I’m not homeless. I’m just houseless.”

Ridurre la pellicola della Zhao ad un elogio funebre del sogno americano sarebbe riduttivo, se non altro perché questo film, al contrario, parla di vita. E di vita oltre la morte.
Fern, unica protagonista della pellicola, prende per mano lo spettatore, come se fosse il suo Virgilio e lo guida in un viaggio catartico verso una nuova vita. Dal gelido Inferno del mondo capitalista verso un temperato Paradiso sulla Terra.

Il viaggio in van non è che un granello di sabbia di quello che è un progetto più grande e più luminoso, che profuma di libertà, di redenzione e di luoghi incontaminati a misura d’uomo, dove il lavoro è un mezzo per vivere e nulla di più.
La vera casa di Fern non è il furgoncino in cui vive, ma ciò che lo circonda: il mondo.

“You can die right here. You’re out in the wilderness, far away from anybody. You have to have a way to help yourself”

In questa pellicola il paesaggio diventa protagonista, si evolve e muta continuamente nel corso degli spostamenti della protagonista. Un paesaggio che accoglie e che mette alla prova. La cui bellezza è messa in risalto dalla fotografia delicata e dalle inquadrature di ampio respiro che abbiamo imparato a conoscere nelle opere precedenti della Zhao (Songs my brother taught me , The Rider) e che sono diventate col tempo una sua squisita cifra stilistica.

La parte occidentale degli Stati Uniti d’America è un trionfo di diversità paesaggistica, così come l’umanità che Fern incontra (e ci fa incontrare) nel suo cammino.
Storie diverse, per lo più di “outsider” della società americana, acquisiscono volti, nomi e voci; con aggraziati e mai invasivi movimenti di macchina, quasi documentaristici, le anime variopinte che abitano il mondo della strada insieme a Fern si presentano al pubblico come esseri eroi ed eroine erranti, in cerca di libertà, di dignità e di speranza.

Costretti o meno a intraprendere la “van lifestyle”, tutti hanno qualcosa in comune: hanno voltato le spalle alla società che li ha sfruttati, traditi, feriti e gettati via come vecchie bestie da lavoro.
Hanno trasformato la povertà in opportunità, mandando al diavolo i costrutti sociali, creandosi un proprio intoccabile sogno americano, che nessuna Corporation potrà portargli via.

“The odd thing is that we not only accept the tyranny of the dollar, the tyranny of the marketplace, we embrace it. We gladly throw the yoke of the tyranny of the dollar on and live by it our whole

lives. I think of an analogy as a workhorse. The workhorse that is willing to work itself to death, and then be put out to pasture. And that’s what happens to so many of us.”

Sebbene la critica anti-capitalistica sia presente nel film e sia l’origine stessa del fenomeno che ci racconta, Chloé Zhao decide di metterla in secondo piano, mettendo al centro della macchina da presa le persone. Le vite. Gli sforzi. I dolori. Con particolare attenzione all’esperienza femminile. Alcune delle delle donne che Fern incontrerà sul suo commino saranno vere nomadi anche fuori di scena, alcune incontrate per caso, altre richiamate dalle pagine del libro-inchiesta da cui è tratto il film, per rendere loro omaggio: donne forti e indipendenti che hanno scelto di vivere una vita estrema, per non sprecare neanche un secondo del tempo loro rimasto.

Come racconta la stessa Jessica Bruner, autrice del libro Nomadland - Un racconto d’inchiesta: “Essere umani significa desiderare molto più che la mera sopravvivenza. Abbiamo bisogno di speranza proprio come di cibo o di riparo”.

“ One of the things I love most about this life is that there’s no final goodbye. You know, I’ve met hundreds of people out here and I don’t ever say a final goodbye. I always just say, “I’ll see you down the road”. And I do. And whether it’s a month, or a year, or sometimes years, I see them again.”

La vita da nomadi è un antidoto contro la morte, contro il tempo e contro il dolore. Un film potente e necessario, in questo periodo più che mai.

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“I am the one hiding under your stairs, i am the shadow on the moon at night “
“This is Halloween, everybody scream”

  1. Anno difficile della storia degli Stati Uniti: Era appena iniziata la guerra in Vietnam, un senso di sconforto e inquietudine attraversava un’ intera generazione che si apprestava a scendere su un campo di battaglia che non gli apparteneva e di cui ignorava le motivazioni. Un inquietudine che si forma soprattutto nell’ America di provincia, quella delle case a schiera tutte uguali e delle famiglie “per bene”. Haddonfield è una delle tantissime cittadine che popolano questa America e dove questo sconforto e inquietudine si annida e può trasformarsi in qualcosa di più grande e maligno. Anche in un bambino di 6 anni che decide,senza nessuna remora né rimorso,di uccidere sua sorella maggiore. La nascita di un mito malvagio vista attraverso gli occhi di questo bambino ma filtrata in una soggettiva per farla vivere allo spettatore.
    Quindici anni dopo, Questo bambino è cresciuto ed è rinchiuso in un manicomio psichiatrico in cura ad un dottore di nome Lumis che per tutti questi anni ha visto una sola cosa negli occhi del suo paziente: il vuoto,Il male. Il male è un concetto che torna spesso nel film di Carpenter. . Un male che appare e scompare come un fantasma, un’ ombra, “l’ ombra della strega” protagonista della filastrocca che apre il film dopo una colonna sonora ansiogena e inquietante. Un male che colpisce gli adolescenti che fanno sesso , come in una sorta di punizione per una generazione , quella degli anni ‘70, che arriva dopo la rivoluzione sessuale di fine anni ‘60, quelli che manifestavano contro quella guerra insensata che durava da così tanto tempo e contro un ‘ America che cercava il male altrove e non lo vedeva al suo interno. Michael Myers diventa così il braccio armato dell’ America puritana e conservatrice che non accetta tale rivoluzione, oltre ovviamente a dettare le regole del cinema horror slasher da lì in poi. L’ unica esente da tutto ciò è Laurie Stroode, la protagonista riservata e timida, vestita in modo molto classico e da “brava ragazza” ,molto meno emancipata e disinibita nel look e sessualmente delle sue amiche e che infatti “sconfiggerà” il cattivo. Il male e il sesso sono quindi i due ingredienti principali di cui si nutre “Halloween” , accompagnato da una regia del giovane Carpenter fatta di panoramiche, campi lunghi e carrellate ma soprattutto di inquadrature di spalle e solo nel finale sul viso del mostro, “l’ ombra della strega” , che agisce silenzioso e non parla. Non ne ha bisogno perché non è un essere umano. Lui è un simbolo, il simbolo del male e del più estremo conservatorismo Americano, quelli che credono che il nemico sia solo fuori e non dentro. “Halloween” è una rappresentazione di questa America, che può annidarsi ovunque come si percepisce nelle inquadrature finali in una circolarità che ritorna a qual bambino di 6 anni e al 1963, Alla nascita di quell’ inquietudine e quindi alla nascita dell’ “Ombra della strega”.

“ It was the boogeyman ? ”

“ As a matter of fact, it was. ”

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:spiral_calendar: Avvisiamo anche qui, ad abundantiam, che l’incontro di oggi è rimandato a venerdì prossimo!

Buon weekend! :carrot:

Ci riprovo!

Recensione “The Game” di David Fincher

“Ho le ossessioni, amico, serie

Mi prendono per il sedere tipo sedie

È come quando sei malato di schizofrenia

E il prete ti convince che il diavolo ti possiede” reciterebbe Caparezza vedendo “The Game – Nessuna regola”.

The Game, è il terzo film del regista americano David Fincher, che, dopo aver sfornato i più quotati Alien3 e Seven, si cimenta in un film dove sicuramente la regia fa da padrone, ma non si può dire lo stesso per la trama. A tratti assurda e che fa fatica a sbrogliare una matassa di avvenimenti rocamboleschi.

Il protagonista Nicholas Van Orton (Michael Douglas) è immerso in una salsa thriller dal sapore ansiogeno.

Nicholas, ricco e annoiato affarista, vive solitario nella sua enorme villa di San Francisco avendo come unico obbiettivo i suoi affari, e nei ricordi il fardello di un padre morto suicida quando lui era solo un ragazzino.

Nel giorno del suo 48esimo compleanno, viene invitato da suo fratello da suo fratello Conrad (Sean Penn), a partecipare a un gioco di ruolo organizzato da una società chiamata CRS, Nicholas incuriosito, si reca degli uffici della nuova filiale di questa società, dove viene sottoposto a dei test, che però daranno esito negativo. Viene dunque scartato, o almeno apparentemente. Il gioco in realtà è cominciato eccome, e da quel momento in poi, una serie di stranezze e manomissioni catapulteranno il protagonista in una straniante sensazione di terrore e smarrimento. Accompagnato da Christine (Deborah Kara Unger)per gran parte dell’arco narrativo, dovrà capire e arrivare a scoprire come l’organizzazione di questo gioco, sia riuscita a sottrargli tutto il suo patrimonio, e stia tentando di ucciderlo.

La trama tiene incollati allo schermo, ma l’assurdità degli avvenimenti fa pensare che gli organizzatori del gioco abbiamo previsto anche l’impensabile, o che non vi sia stata molta capacità di analizzare le varie mosse che il protagonista poteva eseguire in fase di sceneggiatura del film stesso.

Nonostante le mille domande che lo spettatore può farsi sulla trama, e la leggerezza con la quale Nicholas si fa trascinare negli eventi lascia interdetti, ci si fa coinvolgere facilmente. Il finale è mozzafiato, tra il susseguirsi di indizi che lo condurranno alla verità, e ciò che lo porterà ad emulare il gesto del padre.

La fotografia gioca molto sui toni grigi, la regia e butta sempre un occhio prospettico particolare, con i plongeé e contre-plongeé con i quali Fincher si diverte molto. Folgoranti sono i flashback che Nicholas rivive prima del salto del padre nel vuoto, utilizzando un effetto pellicola che mescola toni caldi e opachi. Le atmosfere urbane e scure invece, sono giocate alla grande come solo David Fincher può fare, alcune scene non lasciano scampo, a tratti claustrofobiche e deliranti. Il tutto orchestrato da una colonna sonora stridente e inquietante.

Tutto sommato la trama, nonostante sia un po’ tirata, riesce a trascinare lo spettatore insieme a Nicholas, facendogli vivere il suo incubo a occhi aperti, anche grazie a un’ottima prova attoriale di Michael Douglas.

Il “gioco” architettato proietta il protagonista al centro di un meccanismo simile a quello del “Truman Show”, e mette a nudo gli automatismi che lo bloccano nelle sue aride ricchezze, lo slega dal passato facendolo entrare in una dimensione terrena rispetto a quella che ricopriva come ricco affarista.

Una volta svelato l’incubo, sembra quasi guarirne, a patto che il gioco sia mai finito.